La penisola salentina conserva il maggior numero di testimonianze megalitiche presenti in Puglia, un itinerario storico turistico tra Menhir, Dolmen, Menanthol, Specchie e Mura megalitiche potrebbe portarvi quasi in ogni comune del leccese, in ogni località ci sono uno o più monumenti del passato che siano Menhir, interessanti Dolmen, Menanthol, le pietre forate, resti di Mura megalitiche o tracce di una tipologia che si può dire autoctona, le Specchie.
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Riguardo alla nascita del megalitismo salentino, sono state formulate diverse teorie, tra le quali quelle più autorevoli legano il fenomeno alle culture megalitiche del Mediterraneo. Sul territorio sono presenti numerosi Menhir, interessanti Dolmen, i Menanthol, ovvero le pietre forate, resti di Mura megalitiche e tracce di una tipologia che si può definire autoctona, le Specchie.
Il Menhir (dal bretone men, pietra e hir, lunga) o pietrefitte è un prisma monolitico, a base quadrangolare e di diversa altezza, che solitamente presenta le facce larghe orientate lungo l'asse E-W.
Nonostante le numerose ipotesi fatte, alcune delle quali anche molto accattivanti, come quelle che vedrebbero i Menhir come monumenti funebri in onore di carismatici capi tribù o simboli fallici o, ancora, legati al culto del Sole, il loro significato e soprattutto la loro destinazione, sono avvolti da un affascinante mistero che continua ad alimentare leggende e racconti.
Autorevoli studiosi del megalitismo, ritengono che i Menhir servissero anticamente per segnare dei confini territoriali o fossero stati eretti per celebrare importanti avvenimenti o per segnalare luoghi di incontri e, soprattutto, scontri.
Sarebbe invece da escludere una loro destinazione funeraria, visto che, saggi di scavo condotti presso le pietrefitte, non hanno riportato alla luce testimonianze valide a supportare quest'ipotesi. Recenti studi, inoltre, posticiperebbero notevolmente l'erezione dei Menhir ad un periodo che spazia dalla dominazione romana all'Alto Medio Evo, allorché avrebbero svolto la funzione di arcaiche segnalazioni stradali.
Queste tesi sarebbero avvalorate dalla constatazione che, molti monoliti sorgono tuttora all'incrocio o nei pressi di antichi assi viari. Immutata risulta la loro valenza simbolica, tanto che la Chiesa ha tentato in passato di convertire i Menhir al Cristianesimo, facendo incidere sulle loro superfici simboli cristiani o utilizzandoli come basi per crocifissi.
Nonostante gli appassionati sforzi fatti per dare ai Menhir una giusta collocazione nella storia dell'uomo, resta intatto tutto il mistero e la suggestione che monumenti di questo genere riescono ancora a suscitare.
Il Dolmen (dal bretone taol, tavola e men, pietra) è un monumento megalitico costituito da una serie di pietre fitte nel terreno per sostenere una pesante lastra di copertura. Come per i Menhir, anche per i Dolmen sono state proposte molte ipotesi e soluzioni, volte a gettare un po' di luce su manifestazioni così enigmatiche.
Si è pertanto sostenuto che, partendo dall'esempio offerto dalle cavità naturali utilizzate come sepolcri, l'uomo si sia orientato verso due forme di riproduzione artificiale delle grotte stesse, ossia la tomba sotterranea e la costruzione del megalite.
A far scegliere tra l'una o l'altra opzione, sarebbe stata la tipologia del terreno, pertanto, di fronte ad un substrato facile da scavare, si sarebbe proceduto alla realizzazione di una tomba, mentre in presenza di un terreno roccioso, ci si sarebbe orientati verso la costruzione del Dolmen.
In un primo momento sarebbero stati realizzati dei micro-Dolmen, con il corpo del defunto circondato da piccole pietre per sostenere due sottili lastre. Successivamente, forse in presenza di defunti illustri (capi tribù, sacerdoti, guerrieri), necessitando di dare alla sepoltura un aspetto più grandioso, sarebbero stati utilizzati dei blocchi monolitici del peso di centinaia di chili, per realizzare delle strutture degne del defunto.
Contrariamente ai Menhir, la tipologia dei Dolmen si è evoluta, tanto da abbracciare diverse soluzioni: l'allée couverte in Francia, lunghe camere funerarie coperte da una serie di lastre; long barrows (grande tumulo) o tombe a corridoio in Inghilterra.
In Puglia sono presenti invece due particolari tipologie, Dolmen complessi, racchiusi in origine da un tumulo di pietre a secco, del quale si possono in alcuni casi individuare le tracce e Dolmen semplici, senza tumulo di copertura e con una camera sepolcrale di piccole dimensioni. Questa tipologia è la più diffusa nel Salento.
Saggi di scavo effettuati presso i Dolmen della penisola salentina, hanno riportato alla luce reperti archeologici, per lo più vasellame, ascrivibili ad un periodo compreso tra l'Età del Bronzo e l'Età del Ferro (X-IX secolo a.C.), mentre, studi comparati tra le diverse manifestazioni megalitiche del bacino del Mediterraneo, ascrivono questo tipo di megalitismo ad una fase di poco più tarda a quel IV-III millennio a.C., dal quale sono giunti fino ad oggi i santuari megalitici di Malta e le civiltà delle pietre del Nord Europa.
La Specchia (forse dal latino specula, punto per osservare) è un monumento la cui origini e destinazione sono tuttora avvolte dal mistero, le Specchie furono utilizzate, dal Medio Evo all'Età Moderna, fino al XVIII secolo, per osservare i due mari che lambiscono il Salento, mari che alimentavano il benessere con i traffici e i commerci, ma dai quali proveniva anche il terrore portato dai Saraceni e dai pirati.
Le Specchie sono enormi cumuli di pietre a secco, con un diametro che può raggiungere anche diverse decine di metri, realizzate per lo più su alture preesistenti. Questo ha portato ad attribuire alle Specchie la funzione di preistoriche torri d'avvistamento, anche se le loro dimensioni hanno sempre alimentato colorite leggende popolari.
Si è pensato anche a tumuli di copertura di Dolmen, ma saggi di scavo hanno solo evidenziato la presenza di interessanti reperti archeologici. Col tempo il termine Specchia ha subito una deriva semantica, fino ad indicare qualsiasi cumulo di pietra o terra. In attesa di studi chiarificatori, cresce il fascino e l'alone di mistero che le circonda.
Di Menanthol nel Salento se ne conoscono tre, il Menanthol della Cappella di San Vito nei pressi del Parco della Mandra a Calimera, il Menanthol del Manfio sulle serre vicino Ruffano e il Menanthol della Grotta te la Matonna te lu Carottu a Parabita.
Il foro che va da parte a parte rappresenta una buona occasione per purificarsi per i credenti, dalla cristianizzazione dei megaliti in poi e per i miscredenti, quando il rito era solo di natura pagana e ancora la Chiesa non aveva concesso il suo nulla osta a questo tipo di pratiche.
L'attraversamento col corpo del foro o l'introduzione di arti nei buchi delle pietre, che non sono altro che Menhir traforati, da sempre, è un modo per cogliere una benedizione, per rinnovarsi, e negli ultimi decenni, in cui la tensione della superstizione e della spiritualità religiosa hanno perso la loro connotazione negativa del timore, anche per motivi ludici.
Le Mura megalitiche sono delle manifestazioni tipicamente megalitiche, come Dolmen e Menhir, se ne associano delle altre che poco hanno a che vedere con le problematiche che questo fenomeno suscita (origini, funzioni, criteri socio-culturali dietro le costruzioni megalitiche).
Si tratta di costruzioni difensive, in questo caso il termine megalitico è giustificato dall'impiego di grossi blocchi di pietra. Le più antiche testimonianze di fortificazioni nel Salento, sono i resti delle mura megalitiche o ciclopiche delle antiche città messapiche: Ugento, Muro Leccese, Cavallino, Vaste, Roca Vecchia, Rudiae.
Il periodo di costruzione delle stesse sarebbe, quindi, posteriore alla realizzazione delle testimonianze megalitiche propriamente dette (Dolmen e Menhir), attestandosi tra VII e IV secolo a.C., quando la civiltà messapica, dopo aver convissuto con l'elemento greco, iniziò a subire la pressante minaccia della potente Roma, che avrebbe proceduto alla sua sottomissione nel III secolo a.C., cancellando una fiorente civiltà per innestarne un'altra, fortunatamente altrettanto splendida.
Sulle tracce del megalitismo nei piccoli comuni della Grecìa Salentina, oltre a quelli di Giurdignano, Minervino di Lecce, Giuggianello, Uggiano la Chiesa e Muro Leccese.
Giunti a Melendugno si procede alla volta di Calimera. Nell'immediata vicinanza della strada si trova il celebre Dolmen Gurgulante. Come tutti i Dolmen presenti sul territorio salentino, anche questo monumento rientra nella tipologia dei Dolmen semplici, ossia privi di tumulo di copertura.
Adibito a sepoltura, ma utilizzato anche per riti e scopi dei quali ormai si sono perse le tracce, nelle sue vicinanze sono stati trovati reperti ascrivibili all'Età del Bronzo e all'Età del Ferro (X-IX secolo a.C.).

Proseguendo alla volta di Calimera, si svolta a sinistra e si prosegue per una strada ampia e asfaltata. Un'indicazione rivela la presenza del Dolmen Placa.
Posto in un'interessante area naturalistico-archeologica tra Melendugno e Calimera, questo monumento si presenta ben conservato e di notevoli dimensioni.
Anche in questo caso si ha di fronte un Dolmen di tipologia semplice. Nelle campagne circostanti si possono individuare alcune tombe e cisterne di diversi periodi storici.

Zollino rientra a pieno titolo nell'area della Grecìa Salentina. Le sue origini si fanno risalire ai profughi dell'antico casale di Apigliano (tra Zollino e Martano) che lo abbandonarono in cerca di zone più fertili.
Il centro conserva alcune interessanti testimonianze megalitiche, come il Menhir della Stazione che, con i suoi 4,30 metri è tra i più alti e imponenti e il Menhir Sant'Anna, dal nome di una piccola chiesa ubicata poco fuori del paese.
Da segnalare la leggenda legata a questo monolite che, si dice, sia stato eretto in onore del grande capo di una tribù di guerrieri che avrebbe abitato queste zone. Si tratta dell'unico Menhir del Salento al quale sia stato attribuito un uso specificamente sepolcrale. In agro di Zollino, presso la strada vicinale Zollino-Calimera, è stato individuato, in località Granzari un non meglio specificato Dolmen al quale sarebbe stato attribuito il nome della campagna circostante, Dolmen Granzari appunto, anche denominato Dolmen Cranzari Pozzelli.

Martano conserva due importanti testimonianze del megalitismo salentino, la Specchia dei Mori o Segla tu Demonìu e il Menhir Santu Totaru o del Teofilo.
Entrando a Martano da Zollino si seguono le indicazioni per Caprarica e, superato il cimitero di Martano, poche centinaia di metri più avanti, ecco sulla destra la sagoma della Specchia dei Mori. Con i suoi 30 metri di diametro è tra le più grandi del Salento, tanto che dalla sommità, nelle chiare giornate di tramontana, è possibile osservare un lungo tratto di litorale adriatico.
Ignota è la sua origine, ma il ritrovamento di reperti archeologici nelle sue vicinanze e le leggende che da secoli ha contribuito ad alimentare, ne fanno uno dei monumenti megalitici più affascinanti del Salento. Si prosegue alla volta di Otranto e, giunti ai semafori, si svolta a destra, proseguendo per alcune centinaia di metri. In Via Teofilo si trova l'omonimo Menhir, sopra citato e conosciuto anche come Menhir San Totaro.
Con i suoi 4,70 metri di altezza è la pietrafitta più alta di Puglia e presenta tracce di incisioni di rito cristiano sulle sue facce, segno quanto mai indicativo della conversione a cui furono sottoposte queste enigmatiche testimonianze dell'antichità.

Da Carpignano si prosegue per Melendugno. Sulla strada, poco fuori dell'abitato, si trova il Menhir Grassi, dal nome dell'omonima località.
La pietrafitta più interessante di Carpignano è quella conosciuta con il nome di Staurotomèa o Croce Grande, posto poco fuori dall'abitato, presso il Santuario di Maria SS della Grotta. Attorno a questo Menhir sono sorte alcune leggende.
Secondo una tradizione diffusa in tutto il Salento, i Menhir nasconderebbero dei tesori, per trovare i quali è d'obbligo attenersi ad una certa ritualità.
Nottetempo, due fanciulli devono essere condotti presso il monolite e fatti sedere con le spalle appoggiate alle facce più larghe dello stesso.
A questo punto il Menhir si inclinerebbe fino a cadere, schiacciando uno dei pargoli e lasciando all'altro scelto dal destino il tesoro.
Secondo la leggenda locale, la leggera inclinazione della Staurotomèa sarebbe proprio da attribuire ad un tentativo di impadronirsi del tesoro, fallito per il sopraggiungere della paura in uno dei due piccoli, che sarebbe scappato prima della caduta del Menhir.
Un'altra leggenda narra di due sorelle, una nubile (vergine) e l'altra coniugata, le quali si sarebbero appoggiate al Menhir per riposarsi. Questo sarebbe caduto, uccidendo la maritata e lasciando alla sorella il tesoro. A causa di queste leggende, molti Menhir sono stati divelti nella speranza di trovare questi fantomatici quanto inesistenti tesori o acchiature.

Giurdignano è giustamente considerato la capitale del megalitismo salentino, a causa dei numerosi Dolmen e Menhir presenti sia nell'abitato che nelle campagne.
Ne riporteremo alcuni tra i più indicativi, lasciando al viaggiatore attento e interessato l'affascinante avventura di scoprire gli altri, magari facendosi accompagnare da qualche abitante del posto, orgoglioso di mostrare le ricchezze di Giurdignano.
Nel cuore del paese si trovano i Menhir San Vincenzo, un utile punto di riferimento per procedere alla scoperta degli altri monumenti, seguendo le indicazioni turistiche Dolmen e Menhir.
A circa 100 metri fuori dall'abitato si trova il celebre Menhir di San Paolo, posto su un banco roccioso nel quale è stata ricavata un'edicola recante affreschi raffiguranti San Paolo. Questo monumento testimonia quel processo di conversione a cui furono sottoposte queste preziose testimonianze da parte della Chiesa.
Seguendo le indicazioni per il Dolmen Stabile o Quattromacine, si incontra il Menhir Vicinanze 1, vicino al quale sono stati scoperti granai e il Menhir Vicinanze 2, posto su un banco roccioso. Inoltrandosi ancora nelle campagne, si giunge al Dolmen Stabile o Quattromacine, scoperto nel 1893.
Presenta un curioso solco sulla lastra di copertura, quasi una sorta di arcaico canale di raccoglimento che ha fatto pensare a questo Dolmen come una sorta di ara per i sacrifici.
Queste emozionanti ipotesi non sono mai state provate, ma il mistero circa la funzione di questo solco resta. Tornando verso Giurdignano, si giunge alla Cappella della Madonna di Costantinopoli, presso la quale si trova il Menhir della Madonna di Costantinopoli.
Da qui inizia la strada che porta a Minervino di Lecce, un tragitto punteggiato da interessanti Dolmen (Peschio, Orfine, Chiancuse), alcuni dei quali sono crollati a causa delle intemperie e dello stato di abbandono.
Minervino di Lecce, sulla strada per Uggiano La Chiesa, si trova il celebre Dolmen li Scusi. Primo Dolmen ad essere scoperto in Puglia (dal Micalella nel 1867), deriverebbe il suo nome da scùndere, ossia nascondere in dialetto leccese, forse perché, secondo il suo scopritore, fu utilizzato come nascondiglio date le sue ragguardevoli dimensioni: una lastra di 3,80 metri x 2,50 posta ad un metro dal suolo.
Nelle campagne tra Giuggianello e Giurdignano si trovano delle testimonianze megalitiche che si possono definire naturali, in quanto non create dall'intervento dell'uomo, ma presenti prima della sua comparsa. Si tratta dei cosiddetti Massi della Vecchia, rilievi di sedimentazioni pre-plioceniche affioranti, che assumono varie forme, tanto da alimentare leggende secondo le quali sarebbero stati utilizzati dalle streghe come altari per i loro diabolici riti.
L'incanto del posto non risparmiò neppure uno studioso attento come il De Giorgi, il quale non escluse un possibile legame tra questi massi e presunti culti preistorici (forse delle are del Neolitico), giustificati dall'impressione che questi megaliti hanno sempre esercitato sugli uomini di queste zone.

Muro Leccese è una cittadina di antichissime origini, diventata una delle maggiori città messapiche, come testimoniano i tanti reperti del periodo, ma soprattutto ciò che resta della megalitica Cinta muraria eretta dai Messapi. L'imponente fortificazione, lunga 3900 metri, seconda solo a quella di Ugento, fa pensare a Muro, del quale si ignora l'antico nome messapico, come una delle più potenti città del tempo.
Il sistema difensivo, del quale sopravvivono ancora le tracce della porta a tenaglia, era costituito da un insieme di mura concentriche: una prima cinta, dello spessore di 5 metri circa, era costituita da un rivestimento di grandi blocchi squadrati e riempita all'interno con pietre e terra; una seconda cinta, quella ciclopica visibile, era addossata alla prima, aveva uno spessore di 3 metri ed era alta circa 6; tra questa cinta e l'ultima correva una strada, larga circa 2,5 metri, sulla quale sono stati individuati i solchi lasciati dai carri.
A completare il tutto, una terza cinta muraria, nota coma antemurale, larga circa 3,5 metri e formata da blocchi squadrati e materiale di riporto. Lo spessore della fortificazione era, quindi, di circa 15 metri. Manca ancora, nonostante la mole di reperti e di materiale a disposizione, una datazione certa circa la realizzazione delle imponenti costruzioni, che in ogni modo sarebbero anteriori al V-IV secolo a.C.
Megaliti presenti a Muro Leccese sono inoltre ben quattro menhir, la Croce di Sant'Antonio, sulla strada per Giuggianello, il Menhir Trice, tra Via Corsica e Via Arimondi, il Menhir di Miggiano, presso l'omonima chiesetta rurale e il Menhir Giallini, presso il campo sportivo. Conclusasi la visita a Muro Leccese, si può facilmente fare rientro grazie alla vicina S.S. 16.
Melendugno.
Due a tre giornate.
Disponibilità a lunghe passeggiate a piedi.
Brevi visite guidate a piedi e spostamenti in auto.
Melendugno, Calimera, Zollino, Martano, Carpignano Salentino, Giurdignano, Minervino di Lecce, Giuggianello e Muro Leccese.