Cosa visitare a Otranto

Cattedrale di Otranto e Mosaico Pavimentale

Edificata a partire dal 1080 per volontà del Vescovo Guglielmo e consacrata nel 1088 a circa un decennio di distanza dalla definitiva conquista normanna della città e della Puglia intera (1071 circa), la Cattedrale di Otranto, dedicata all’Annunziata, fu in buona parte ricostruita dopo il terribile saccheggio perpetrato dai Turchi nel 1480 allorquando l’edificio sacro, secondo la tradizione, fu adibito a ricovero per i cavalli dopo che la popolazione insieme al vescovo della città, Stefano Agricoli, rifugiatasi in chiesa per sfuggire alla furia degli invasori fu interamente trucidata. 

La grande cattedrale fu costruita ex novo secondo l’austero romanico di importazione normanna. Tale scelta indica la precisa volontà di imporre il modello basilicale latino in una terra fortemente permeata di grecità, senza di fatto cancellare quella grande tradizione simboleggiata dalla piccola Basilica di S. Pietro che, di fatto, fu conservata al suo posto, nella parte più antica del centro urbano.

a nuova cattedrale fu, infatti, edificata in una zona poco distante dal nucleo primigenio della città, su uno sperone con un dislivello molto accentuato che fu compensato con la costruzione della cripta ad oratorio, la prima di questo genere costruita in regione, destinata ad una larga fortuna in edifici edificati fra XI e XII sec. La grande costruzione presenta, già in facciata, i segni della ricostruzione e di successivi interventi. La facciata presenta impianto a capanna al centro della quale si imposta un ricco protiro in stile Barocco Leccese, commissionato dal potente Vescovo di Otranto Adarzo de Santander (Madrid, 1596 – Otranto, 1674) poco prima della sua morte.

Il protiro presenta quattro agili colonne con capitelli fogliati poggianti su basamenti. La cornice del portale presenta l’epigrafe commemorativa del vescovo, mentre sulla trabeazione si imposta un ricco fastigio che reca, al centro, le insegne araldiche del potente prelato accompagnate da paffuti puttini. Ai lati, piccole monofore illuminano le navate laterali.

Il rosone a sedici raggi è databile tra la fine del XV e l’inizio del XVI sec. al tempo della ricostruzione dell’edificio dopo la riconquista di Otranto ad opera di Alfonso d’Aragona nel 1481. Allo stesso periodo appartiene anche la porta di accesso laterale alla cattedrale, un elegante portale composto da due piedritti decorati con le figure di otto prelati (a sinistra: l’Arcivescovo di Otranto Serafino e i vescovi di Castro, Lecce e Alessano; a destra: l’Arcivescovo otrantino e i vescovi di Ugento, Gallipoli e l’Abate dell’Abazia di San Nicola di Casole) che sostengono una cornice nella quale un’epigrafe in latino ricorda il committente dell’intervento di ricostruzione del Duomo di Otranto, l’Arcivescovo Serafino da Squillace che subentrò all’Agricoli trucidato in cattedrale dai Turchi.

In alto, sul portale, un timpano cuspidato reca le insegne araldiche dei committenti. L’interno presenta un impianto basilicale a tre navate terminanti in tre absidi con transetto ad aula unica incorporato nel corpo di fabbrica e successivamente diviso mediante due poderosi archi trasversi (XII – XIII sec.). Due file di possenti pilastri di marmo con capitelli scandiscono l’interno il quale presenta un ricco soffitto a cassettoni che, alla fine del XVII sec., sostituì la copertura a capriate lignee. L’aspetto austero e spoglio è da mettere in relazione con gli interventi di restauro del XIX sec., che hanno portato ad una asportazione del ricco apparato decorativo databile al gusto barocco del XVII – XVIII sec. e del quale restano tracce nelle cornici a stucco della zona dell’abside centrale. Lungo le navate sono collocate le sepolture dei potenti vescovi di Otranto.

Subito alla destra dell’ingresso è il sepolcro del Vescovo Serafino da Squillace (1481 – 1514), il prelato della prima ricostruzione di Otranto. Segue l’altare della famiglia De Marco del 1662 con una bella tela raffigurante un Cristo Risorto, mentre l’altare successivo reca la tela della Vergine in gloria tra due santi (1628) del fiammingo Pietro Mera. In corrispondenza dell’accesso alla cripta vi sono quattro colonne di spoglio appartenenti alla cappella dei martiri edificata una prima volta nel Cinquecento. Lungo la navata sinistra è conservato il sepolcro del vescovo F. M. De Aste, morto il 1719 e un altare sempre del Settecento con una tela della Visitazione. Sul pavimento è collocata la tomba del Vescovo Gaetano Cosso (+1655)e il Fonte Battesimale opera di marmorari napoletani databile al XVIII sec. e commissionato dal Vescovo Orsi (1722 – 1752).

Delle tre absidi della costruzione originale solo quella centrale ha conservato forma e dimensioni originali, le altre sono state modificate per ospitare la Cappella del Sacramento a sinistra e la Cappella dei Martiri a destra. Il piccolo sacello, rifatto nel 1711, presenta un impianto ottagonale con al centro un altare nel quale è conservata la pietra sulla quale, secondo la tradizione, furono decapitati gli 800 martiri otrantini che si rifiutarono di abiurare al Cristianesimo per avere salva la vita.

La piccola cappella conserva, però, anche un macabro tesoro; negli armadi sono infatti conservati i teschi e le ossa di una parte dei martiri la cui spoglie, secondo la tradizione, furono ritrovate incorrotte sul Colle della Minerva ben un anno dopo il martirio. Nella stessa navata è collocata una scala attraverso la quale si scende in cripta. A sinistra della scala è collocata una sepoltura paleocristiana ad arcosolio che testimonia l’importanza di Otranto quale ponte tra un Medio Oriente che stava assistendo ad una rapida diffusione del Cristianesimo e un Occidente che si preparava ad essere cristianizzato.

La cripta ad oratorio, edificata per colmare il dislivello del terreno sul quale sarebbe sorta la Cattedrale, occupa tutta l’area del transetto e delle absidi. Presenta ben 48 campate voltate a crociera sorrette da 42 colonne in marmo disposte su quattro file e da 23 semicolonne in muratura. Parte delle colonne è di spoglio insieme ai capitelli, alcuni dei quali di chiara derivazione bizantina e orientaleggiante, altri ascrivibili alla produzione della cerchia dello scultore Acceptus (attivo intorno al 1040 ca), altri appartenenti ad una edilizia minore come dimensioni, ma di straordinaria qualità e databili tra VIII e IX sec.

E’ evidente la derivazione orientaleggiante dei capitelli recanti figure di aquile e arpie, leoni e fiere legate al mito, ma anche racemi e motivi floreali cari anche all’artigianato (tessuti, avori e argenti importati a piene mani dal vicino Oriente), mentre legati ad una scultura preromanica che per la prima volta si affacciava in zona sono quei capitelli abbozzati con figure umane, quelle protomi leonine scarne, quelle figure cariche di forza espressiva da ascrivere ad una certa cultura nordica che ad Otranto avrebbe incontrato e assimilato il retaggio culturale e figurativo bizantineggiante. Sulle pareti tracce di affreschi databili tra XV e XVI sec., a testimoniare ancora la sovrapposizione di stili ed espressioni.

Il Mosaico Pavimentale del Prete Pantaleone

Il Mosaico Pavimentale della Cattedrale di Otranto costituisce da sempre un rompicapo per studiosi e medievalisti. Interpretato come una summa della cultura e del sapere del Medio Evo, dall’Africa all’Europa del Nord, dal Mediterraneo all’Asia, continua ad affascinare per l’aura di arcano che emana dalle migliaia di tessere colorate che lo compongono. Prima di analizzare l’intricato significato allegorico del mosaico occorre contestualizzare cronologicamente l’opera. Fortunatamente diverse iscrizioni in tessere tagliano trasversalmente l’opera, permettendo di conoscere il nome del committente, l’Arcivescovo Gionata, il nome dell’artista, il Prete Pantaleone del Monastero di San Nicola di Casole e il tempo intercorso tra l’inizio e la fine dei lavori, il 1163 e il 1165, sotto il dominio di Re Guglielmo I (il Malo) Magnifico e Trionfatore.

Il mosaico dispiega lungo le tre navate altrettanti Alberi della Vita, ma quello centrale resta il più grande e il più ricco di raffigurazioni sacre e profane, personaggi biblici e cavallereschi, figure storiche, miti e leggende. Partendo dall’ingresso alla chiesa si dispiega il grande Albero della Vita della navata centrale al cui fusto sono poggiati due elefanti adulti e un cucciolo. Subito inizia l’incessante teoria di figure umane del mito e della storia, mostri tratti dai bestiari medievali, animali reali e inventati. Si riconosce la figura di Alessandro Magno (ALEXANDER REX) portato in cielo da una coppia di grifoni, la Torre di Babele e Noè intento a costruire l’Arca. Dopo un’iscrizione segue lo Zodiaco con i dodici mesi e i lavori manuali ad essi legati, mentre subito dopo riprendono i temi biblici con Adamo ed Eva, Caino e Abele e Re Artù (REX ARTURUS). Seguono ancora tondi con animali leggendari, Re Salomone (REX SALOMON) e la Regina di Saba (REGINA AUSTRI), mentre nell’abside si trovano storie della vita del Profeta Giona che prevede la distruzione della città di Ninive.

Nella navata destra si sviluppa una teoria di animali reali e fantastici tra i rami dell’Albero della Vita sulla cui sommità è seduto Atlante che regge una sfera composta da un eccellente mosaico realizzato con tessere di marmi policromi. La navata sinistra è, invece, occupata dalla rappresentazione dell’Inferno (INFERNUS) e del suo principe, Satana (SATANAS) e del Paradiso con le anime degli eletti tenute in grembo dai tre Patriarchi, ABRAHAM, ISAAC, IACOB. Secondo attenti studi sembra che il mosaico di Otranto riprenda il Physiologus tanto latino che greco, un ricco e complicato testo medievale, insieme alla sua morale, per meglio chiarire la quale il Prete Pantaleone attinge alla cultura del suo tempo, dimostrando le sue profonde conoscenze e il suo smisurato sapere.

Ecco spiegate le figure di Alessandro Magno e del ciclo arturiano, dei temi biblici e dei testi apocrifi, dello Zodiaco e della cultura araba che ricorre nelle tante iscrizioni cufiche. Ripercorrendo ora il mosaico, avendo a disposizione dei punti di riferimento certi, è possibile seguire lo svolgimento di un discorso rasserenante, una sorta di predicazione che dal peccato porta all’espiazione e alla salvezza. Nell’opera è, tuttavia, riscontrabile una forte connotazione politica ispirata dalla corte normanna di Palermo sotto la cui egida molte opere, compreso il mosaico di Otranto, furono realizzate tra XII e XIII sec. A confermare tale ipotesi è la presenza proprio di Alessandro Magno, simbolo del sovrumano potere dell’Imperatore nel mondo bizantino e orientale, metafora di ambizione destinata a fallimento nel mondo occidentale.

L’ascesa al cielo del Macedone è, infatti, interrotta dall’intervento divino e dunque rappresenta l’espansione bizantina contrastata vittoriosamente dai normanni. Guglielmo I ereditò un regno attraversato da tensioni e spinte disgregatrici tra le varie componenti etniche e culturali presenti, in particolare tra la fazione filo bizantina intenzionata, a riconquistare i possedimenti nell’Italia Meridionale a favore di Bisanzio e la corrente filo normanna, appoggiata da Roma e intenzionata a riportare il Meridione sotto il controllo della Chiesa latina per tramite della corte normanna.

Tra il 1160 e il 1163 i disordini furono repressi nel sangue, gli agitatori trucidati, le città insorte rase al suolo, sorte che toccò a Bari; tutto questo valse a Guglielmo I l’appellativo de “il Malo”, ricordato nel mosaico come il trionfatore per aver riportato la pace nel regno, una pace sporca di sangue sulla quale si sarebbe costruito un futuro florido e culturalmente prospero.

Torre campanaria normanna

L’imponente torre campanaria è staccata dall’edificio sacro. Presenta una struttura poderosa e imponente, tanto da proporsi più come una struttura militaresca e difensiva che non come campanile. Presenta pianta quadrangolare e si articola su due registri, contraddistinti da una semplice cornice ingentilita da archetti ciechi. Quattro ampie monofore si aprono lungo le facce della struttura, mentre un piccolo campanile a vela si affaccia sul lato della Cattedrale.