Lu Zzucàru (il cordaio) Lu zzucàru produceva corde di ogni spessore e lunghezza, partendo dalla canapa e dal cotone che sgranava e filava servendosi di una macìnula (piccola macchina, diminutivo alla latina) o arganello, intorno alla quale avvolgeva il filo; quindi intrecciava più fili, procedendo all'indietro.
Il cordaio produceva anche i fìschiuli, le borse di cragnu (cordicella) intrecciato che servivano per spremere ulteriormente sotto il torchio le vinacce e la pasta di ulive già frantumate.
Scire rretu pe rretu, comu a lli zzucàri. Andare all'indietro, come i cordai.
Lu Mesciu te panari o cannizzaru (il canestraio) Anche questa era un'attività che tutti i contadini praticavano, e durante i periodi di minore impegno nei lavori agricoli, gli uomini, seduti all'ombra d'un albero o d'un pagliaio quasi per passatempo, chiacchierando con i vicini, costruivano panari, canisce e canisciuni (panieri, canestri e canestroni), nonché cannizzi, i graticci di canne sui quali si mettevano a seccare i fichi e gli ortaggi.
La materia prima era costituita da canne sezionate per il lungo e dai vinchi, polloni cresciuti in estate sui tronchi degli ulivi, sottili, resistenti e flessibili; inoltre giunchi.
Gli attrezzi erano la forfice (cesoie), un falcetto, un coltello.
Accanto a panare, canisce e cannizzi si producevano oggetti più rifiniti, come fischiareddhe (fiscelle per ricotta e formaggio), cestini, ventagli, per i quali era richiesta una maggiore specializzazione: si faceva allora ricorso a lu mesciu te panari professionista.
Lu Quarnimentaru (il bastaio e sellaio) Lu quarnimentaru fabbricava basti, selle, redini, sottopancia, pettorali e tutti i guarnimenti per gli animali da soma e da trasporto.
Lu Vandisciatore (il banditore) Oggi siamo sommersi e tartassati dai comunicati e dagli spot, radio e teletrasmessi, stampati sui muri o nella cassetta delle lettere; un tempo le comunicazioni, sia istituzionali che commerciali, erano di meno, ma c'era ugualmente bisogno di chi le trasmettesse agli interessati: costui era lu vandisciatore, il quale percorreva in lungo e in largo tutto il paese, si fermava ogni 50 metri, attirava l'attenzione delle persone con alcuni squilli di corno e poi scettava lu vandu, lanciava i proclami della pubblica amministrazione o propagandava qualche fatto commerciale di rilievo: “Ttenzione ttenzione, nu chilu mmienzu na lira” (“Attenzione attenzione: per chi è interessato, in piazza sono arrivate le boghe fresche, un chilo e mezzo per cento lire”).
La reputa e la macàra (la prefica e la fattucchiera) La rèputa era la donna chiamata a piangere ai funerali, tessendo gli elogi del defunto e commuovendo i presenti: “Noi prefiche”, testimoniava nel 1994 l'ultima reputa allora vivente, “non piangevamo mai, facevamo piangere le altre donne, quelle della famiglia del morto. Conoscevamo le strofe a memoria e poi inventavamo, secondo i casi: giovane morta, sposa morta, giovane, vecchio, bambino...”.
La macàra era una donna anziana, alla quale ci si rivolgeva allorché si temeva di essere oggetto di malocchiu, 'nfascinu o macaria ( stregonerie lanciate da qualche persona ostile o più spesso per invidia) o si voleva scagliarne su qualcuno; oppure per conquistare o mantenere fedele l'innamorato; oppure per guarire da un male oscuro.
E' certo difficile chiamare mestieri quelli della rèputa e della macàra: certo è che queste donne venivano compensate per la loro attività; non erano delle persone che lo facevano per mestiere, bensì casalinghe e contadine che si adattavano a fare anche questo.
Le macàre più accreditate si trovavano a Soleto, i cui abitanti vengono chiamati appunto macàri.
Sai cce me tisse na vecchia macàra? Lu focu de la paja pocu tura. Sai cosa mi disse una vecchia strega? Il fuoco di paglia poco dura. |