» ANTICHI MESTIERI DELLA PUGLIA E CULTURA ARTIGIANALE DEL SALENTO
Antichi Mestieri della Puglia e Cultura artigianale del Salento

I MESTIERI ANTICHI DEL SALENTO E LA CULTURA ARTIGIANALE
Nel Salento c'era una sola parola artieri per denominare l’artigiano e l’artista, ed arte indicava insieme il mestiere e la capacità di creare prodotti culturali: questo avveniva certo non a causa di povertà lessicale, bensì per identificazione dei due concetti di prodotto funzionale e di prodotto artistico, per cui il più delle volte l’attività dell’artigiano conseguiva un esito di utilità ed insieme di equilibrio o piacere estetico, anche nell'oggetto più umile di uso quotidiano: il falegname non mancava mai di arrotondare le gambe d'una sedia o di rendere sinuoso il profilo d'un comodino; il muratore non rinunciava mai nemmeno nella edificazione di casupole di campagna all'ornamento d’un rilievo che correva lungo qualche muro e che magari si identificava con il condotto dell'acqua piovana destinata alla cisterna, il ramaio nel sagomare i recipienti ricercava profili che insieme irrobustissero ed illeggiadrissero il prodotto; l’imbianchino nella tinteggiatura anche esterna delle abitazioni si esibiva in alternanze di larghe strisce verticali rosa e tenuemente celesti al vivo biancore calcico, come la tessitrice coniugava colori e fili diversi al telaio in stoffe destinate a dimesse tovaglie o a pedestri strofinacci; per non parlare delle ricamatrici e degli scalpellini e dei battitori di ferro e dei cestai e dei figuli nei cui prodotti la componente estetica di fatto risultava prevalente rispetto alla componente funzionale.

La ricerca d'una coniugazione degli aspetti formali con gli aspetti tecnici e pratici certo faceva tesoro di un patrimonio ereditato da esperienze secolari, ma era anche dettata da una consapevole intenzionalità che induceva gli artieri a competere orgogliosamente tra di         loro, e che induceva al riconoscimento della bravura, della maestria e della capacità inventiva e ri/creativa dei migliori, i quali infatti diventavano punti di riferimento culturale e professionale, non soltanto per i discibbuli (discepoli) ma anche per gli altri mesci (maestri, artigiani).

Quasi mai la competizione aveva esiti mercantili, quasi mai l’artigiano più bravo veniva pagato di più: il riconoscimento si traduceva in prestigio sociale, in gratificazione morale; ciononostante, l'artieri per costume e per prassi ricercava il risultato migliore, correggeva, affinava, rifaceva anche, utilizzando tempo che avrebbe potuto impiegare per produrre un altro oggetto.

Oggi questo modo di fare ci sembra non solo improponibile ma addirittura inspiegabile: noi ragioniamo coi lumi di una cultura diversa, di modelli esistenziali diversi, soprattutto in relazione a due fattori.

Il primo riguarda la visione schizofrenica che abbiamo del tempo, noi uomini della società informatica: viviamo un tempo scisso: quello della produzione  tempo per gli altri, tempo alienato,  e quello che destiniamo a noi, agli affetti ed alla ri/creazione.                                                    

E’ evidente che quello che ci preme è il tempo per noi, ed il primo è vissuto come una maledizione, come una coatta incombenza da liquidare alla men peggio, nella maniera più rapida possibile e senza grande interesse per i risultati.

Il  secondo fattore consiste nel fatto che la ragione prevalente, pressoché totalizzante dell'impegno lavorativo è quella "mercantile", del maggiore guadagno possibile; ed anche questa induce ad un'attività il più possibile sbrigativa e "produttiva", dagli esiti approssimativi ed insoddisfacenti.

Ecco allora che la "filosofia" dell’artigianato è cambiata: dalla ricerca della gratificazione sociale in termini di riconoscimento della bravura si è passati alla ricerca della gratificazione in termini economici, ritenuti gli unici oggi capaci di compensare la fatica del lavoro.

Ovviamente, siamo tutti concordi che sia un fatto positivo la scomparsa di quella società, con tutti gli aspetti terribili di miseria, di oppressione, di disuguaglianza connessi.
La cultura dell'artigianato e non i singoli mestieri è quello di cui si tratta in questa rubrica, alcune delle attività citate infatti non sono mestieri in senso proprio, non possono definirsi artigianali l'acquaiolo; il banditore; il baratto ambulante di murga morchia capelli, cenci, fichi secchi e metalli da riciclare; le raccolte: dell'uva, delle olive, del grano e dei prodotti spontanei; e infine le repute o prefiche e le macàre, le maghe streghe), ma che a pieno diritto fanno parte di quella cultura, di quella visione della vita.

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